JAFFA (Israele) – Non ho mai saputo il suo nome. Né – lo ammetto – mi sono sforzato di saperlo. Cosa sarà mai? Un’etichetta. Nient’altro. Una targa, stampata su carta, per distinguere le persone. Così nella mia testa è sempre stata «Jane Doe». Senza nome. Ma con un volto. Una vita. Una storia da raccontare. Non le ho chiesto nemmeno l’età. Un po’ perché non lo si chiede mai a una signora. Un po’ perché bastava osservarla per collocarla in una fascia.
Incontro Jane Doe, per la prima volta, alla fine di un afoso pomeriggio alla periferia di Tel Aviv. In un ostello – pare tra i 50 migliori al mondo – pieno di ragazzi americani, francesi, qualche italiano e un vietnamita che studia in Danimarca e mangia sempre gli spaghettini. In realtà, quello mio è stato uno sguardo sfuggente. Di quelli che si lanciano quando si vede per la prima volta un posto. Con la convinzione che prima o poi quel tocco d’occhi un giorno focalizzerà meglio il soggetto. Ne seguirà le mosse. Gli sguardi. Le gesta delle mani. La vita quotidiana. Per quanto possibile.
La prima volta l’avevo scambiata per una dei proprietari dell’ostello. La seconda, per una dipendente. La terza per una turista. Ma c’era troppa confidenza tra lei e il posto. E anche se non aveva i tratti tipici di molti israeliani, qualcosa mi diceva che era di Jaffa. Jane Doe era una signora che aveva superato la cinquantina. E da anni viveva sul terrazzo dell’ostello. In una tenda. Di quelle da campeggio. Era ormai diventata una sorta di arredo mobile dell’edificio.
Incrocio di nuovo Jane Doe il terzo giorno. Ha appena finito di preparare la cena. Brodo di vegetali con un pezzetto di formaggio bianco poggiato su un tovagliolo. Si siede su uno dei due tavoloni. Io mi metto sull’altro. Ci troviamo di fronte. Jane Doe mangia. Lentamente. E senza fare rumore. Nel cuore della notte non la si avvertirebbe nemmeno. Tanto è silenziosa. Ogni tanto mi guarda. Ma sono io quello che l’osserva per una ventina di minuti. Quasi senza sosta. Ha i capelli ben tenuti. Per la maggior parte bianchi, corti, lisci. È magra, alta uno e settanta circa, occhi scuri. Indossa una camicetta color beige con motivi floreali e una lunga gonna violacea di lino. Ai piedi, un paio di ciabatte. Ricorda la cantante Joan Baez.
Per evitare di risultare invadente, continuo ad aggiornare la pagina Facebook attraverso il mio cellulare. Il wi-fi in quasi tutta Tel Aviv è stata una salvezza in molte occasioni. Come questa.
Nel frattempo, Nguyen, il ragazzo vietnamita – 27 anni, studi precedenti a Bruxelles e ora a Copenhagen – si è seduto vicino a me e mangia i noodles vietnamiti comprati in uno dei supermercati aperti 24 ore. Gli spaghettini asiatici emanano un odore poco gradevole.
In pieno Shabbat Tel Aviv riposa. Decido di salire sul terrazzo. E con la scusa della lavatrice collettiva cerco di riportare al loro bianco originale due magliette. Non che ne avessi bisogno, ma la tenda di Jane Doe era esattamente a due metri. Quando sono di fronte all’elettrodomestico, però, è già in funzione. Jane Doe mi viene incontro e inizia a parlare in ebraico. Non capisco nulla. Allora inizia a farfugliare qualcosa in inglese. «La lavatrice è già partita», questo riesco a capire. «Non fa niente», le dico. Il primo contatto verbale. Ma lei, con una premura inaspettata, afferra le mie due magliette e inizia a lavarle a mano. Ci mette un po’ di detersivo (almeno a sentire dall’odore, le scritte sono incomprensibili) e inizia a strofinare. Dopo qualche attimo mi avvicino a lei. La ringrazio e le faccio capire di non preoccuparsi. Lei fa un leggero inchino. Mi lascia la maglietta che stava lavando e si allontana. Non se ne va, però. Entra nella sua tenda color bordeaux con triangoli grigiastri e slavati. Ne esce dopo qualche secondo con un libro in mano. Scritto in ebraico. Non ho mai capito che libro fosse. In copertina c’era il volto di una signora. Si siede vicina alla lavatrice. E inizia a sfogliare.
Quando finisco di strofinare, cerco un posto dove appendere le due magliette. Jane Doe, posa il libro sulla sedia, si alza e mi fa capire dove metterle. Eseguo. Anche se non capisco perché proprio quel posto e non un altro, più vicino da raggiungere. Inizia a gesticolare. Indica il sole. Solo dopo capisco: in quella posizione si sarebbe asciugato presto. In un altro posto, avrei dovuto lasciarlo appeso tutta la notte facendo prendere tanta umidità e lasciando il segno del cavo verso la metà della maglietta.
Ringrazio. Resto seduto un po’ vicino a lei. Vorrei farle tante domande. Ma poi desisto. Nei giorni successivi continuo a guardarla. Continuo a vedere cosa fa. Se parla, e con chi. Ma niente domande. Per una volta lo spirito del giornalista si ferma di fronte a quella signora dai modi gentili. Di cui non so nulla. Se non che viveva nella tenda montata al terrazzo di un ostello alla periferia di Tel Aviv.
Incontro Jane Doe, per la prima volta, alla fine di un afoso pomeriggio alla periferia di Tel Aviv. In un ostello – pare tra i 50 migliori al mondo – pieno di ragazzi americani, francesi, qualche italiano e un vietnamita che studia in Danimarca e mangia sempre gli spaghettini. In realtà, quello mio è stato uno sguardo sfuggente. Di quelli che si lanciano quando si vede per la prima volta un posto. Con la convinzione che prima o poi quel tocco d’occhi un giorno focalizzerà meglio il soggetto. Ne seguirà le mosse. Gli sguardi. Le gesta delle mani. La vita quotidiana. Per quanto possibile.
La prima volta l’avevo scambiata per una dei proprietari dell’ostello. La seconda, per una dipendente. La terza per una turista. Ma c’era troppa confidenza tra lei e il posto. E anche se non aveva i tratti tipici di molti israeliani, qualcosa mi diceva che era di Jaffa. Jane Doe era una signora che aveva superato la cinquantina. E da anni viveva sul terrazzo dell’ostello. In una tenda. Di quelle da campeggio. Era ormai diventata una sorta di arredo mobile dell’edificio.
Incrocio di nuovo Jane Doe il terzo giorno. Ha appena finito di preparare la cena. Brodo di vegetali con un pezzetto di formaggio bianco poggiato su un tovagliolo. Si siede su uno dei due tavoloni. Io mi metto sull’altro. Ci troviamo di fronte. Jane Doe mangia. Lentamente. E senza fare rumore. Nel cuore della notte non la si avvertirebbe nemmeno. Tanto è silenziosa. Ogni tanto mi guarda. Ma sono io quello che l’osserva per una ventina di minuti. Quasi senza sosta. Ha i capelli ben tenuti. Per la maggior parte bianchi, corti, lisci. È magra, alta uno e settanta circa, occhi scuri. Indossa una camicetta color beige con motivi floreali e una lunga gonna violacea di lino. Ai piedi, un paio di ciabatte. Ricorda la cantante Joan Baez.
Per evitare di risultare invadente, continuo ad aggiornare la pagina Facebook attraverso il mio cellulare. Il wi-fi in quasi tutta Tel Aviv è stata una salvezza in molte occasioni. Come questa.
Nel frattempo, Nguyen, il ragazzo vietnamita – 27 anni, studi precedenti a Bruxelles e ora a Copenhagen – si è seduto vicino a me e mangia i noodles vietnamiti comprati in uno dei supermercati aperti 24 ore. Gli spaghettini asiatici emanano un odore poco gradevole.
In pieno Shabbat Tel Aviv riposa. Decido di salire sul terrazzo. E con la scusa della lavatrice collettiva cerco di riportare al loro bianco originale due magliette. Non che ne avessi bisogno, ma la tenda di Jane Doe era esattamente a due metri. Quando sono di fronte all’elettrodomestico, però, è già in funzione. Jane Doe mi viene incontro e inizia a parlare in ebraico. Non capisco nulla. Allora inizia a farfugliare qualcosa in inglese. «La lavatrice è già partita», questo riesco a capire. «Non fa niente», le dico. Il primo contatto verbale. Ma lei, con una premura inaspettata, afferra le mie due magliette e inizia a lavarle a mano. Ci mette un po’ di detersivo (almeno a sentire dall’odore, le scritte sono incomprensibili) e inizia a strofinare. Dopo qualche attimo mi avvicino a lei. La ringrazio e le faccio capire di non preoccuparsi. Lei fa un leggero inchino. Mi lascia la maglietta che stava lavando e si allontana. Non se ne va, però. Entra nella sua tenda color bordeaux con triangoli grigiastri e slavati. Ne esce dopo qualche secondo con un libro in mano. Scritto in ebraico. Non ho mai capito che libro fosse. In copertina c’era il volto di una signora. Si siede vicina alla lavatrice. E inizia a sfogliare.
Quando finisco di strofinare, cerco un posto dove appendere le due magliette. Jane Doe, posa il libro sulla sedia, si alza e mi fa capire dove metterle. Eseguo. Anche se non capisco perché proprio quel posto e non un altro, più vicino da raggiungere. Inizia a gesticolare. Indica il sole. Solo dopo capisco: in quella posizione si sarebbe asciugato presto. In un altro posto, avrei dovuto lasciarlo appeso tutta la notte facendo prendere tanta umidità e lasciando il segno del cavo verso la metà della maglietta.
Ringrazio. Resto seduto un po’ vicino a lei. Vorrei farle tante domande. Ma poi desisto. Nei giorni successivi continuo a guardarla. Continuo a vedere cosa fa. Se parla, e con chi. Ma niente domande. Per una volta lo spirito del giornalista si ferma di fronte a quella signora dai modi gentili. Di cui non so nulla. Se non che viveva nella tenda montata al terrazzo di un ostello alla periferia di Tel Aviv.
1 commenti:
Mi e' piaciuta tanto questa storia. Te lo volevo dire :-)
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