TEL AVIV - Neanche il tempo di uscire dall'aeroporto che ti accorgi subito di non essere più in un paese normale. Perché Israele non è un paese normale. Anche se gli abitanti cercano di convincervi del contrario. La polizia. I soldati. I fucili pronti a sparare. Li trovi ovunque. Presenza costante. Non solo in aeroporto. Ma anche alle stazioni centrali dei bus e dei treni. E nei mercati. E sul lungomare di Tel Aviv.
Un paese militarizzato. "Perché sei venuto qui?", ti chiedono alla dogana. E la risposta deve essere non solo veloce, ma anche convincente. "Conosci qualcuno qui?", è la seconda domanda. Se rispondete sì vi chiederanno nome e cognome. Se non conoscete nessuno, invece, arriva la terza domanda: "Qual è il vostro programma di viaggio?". E via di seguito. Fino a quando non si saranno convinti. Di farvi entrare. O di mandarvi dietro.
Viaggiare in Israele non è difficile. C'è una compagnia di bus che copre quasi tutto il paese. E c'è pure una ferrovia. Decidete voi con quale mezzo viaggiare. Quello che non cambierà mai è la composizione dei viaggiatori. Un buon 50% sarà sempre composto da soldati riservisti. Ce ne sono tantissimi. E, nonostante il caldo umido, indossano sempre le divise verdi. E gli scarponi di pelle nera. I ragazzi, poi, vanno sempre in giro con questi fucili semi-automatici in spalla. O spesso in mano. Se non guardi con attenzione ti spaventi. Poi ti accorgi che il caricatore è attaccato con un adesivo all'altezza dell'impugnatura.
Sono giovani. Molti di loro sono giovanissimi. Così giovani che assomigliano ai bambini soldato africani. Giovani che non hanno nessuna voglia di stare lì. Odiano indossare quei vestiti. E preferirebbero andare al mare o girare il mondo. O, come l'età vuole, vorrebbero stare con i loro amici. Ecco perché non fanno altro che usare i cellulari. Li usano in continuazione. Per parlare. Più spesso per scrivere messaggi.
In una mano il fucile. Nell'altra il cellulare. In mezzo la vita in un paese sempre sul piede di guerra.
Tel Aviv è una grande città. Che si sforza di somigliare all'occidente. E invece non ce la fa a scrollarsi di dosso le sue origini. Il suo contesto. Così, appena lasciato il centro pieno di costruzioni nuove, palazzi stile bauhaus, grattacieli e negozi identici a quelli della 5th Avenue, ecco, appena lasciato il centro, inizia la vera Tel Aviv. Quella piena di casette basse e mal tenute, dei negozi fatiscenti e delle vie strette e sporche. Qua e là spunta qualche minareto. Qua e là negozi arabi. Che diventano sempre più man mano che dalla città ci si sposta verso Jaffa. Attaccata a Tel Aviv è abitata quasi tutta da musulmani.
Verso la sera, i muezzin invitano alla preghiera. Il richiamo si sente lungo tutta la costa di Tel Aviv. E uno ha la sensazione che da un momento all'altro i musulmani abbiano conquistato Israele. Senza spargimento di sangue, questa volta.
Cala il sole in città. L'ennesimo giorno caldo e afoso si conclude con gli abitanti che si riversano sui locali o passeggiano sul lungomare. Rispetto all'Italia diventa buio abbastanza presto. Rispetto all'Italia, poi, il cibo non è granché: piatti secchi con tanto hummus e pita. Così alla fine rimpiangi il brodo della nonna. Per non parlare della pasta col sugo.
Un paese militarizzato. "Perché sei venuto qui?", ti chiedono alla dogana. E la risposta deve essere non solo veloce, ma anche convincente. "Conosci qualcuno qui?", è la seconda domanda. Se rispondete sì vi chiederanno nome e cognome. Se non conoscete nessuno, invece, arriva la terza domanda: "Qual è il vostro programma di viaggio?". E via di seguito. Fino a quando non si saranno convinti. Di farvi entrare. O di mandarvi dietro.
Viaggiare in Israele non è difficile. C'è una compagnia di bus che copre quasi tutto il paese. E c'è pure una ferrovia. Decidete voi con quale mezzo viaggiare. Quello che non cambierà mai è la composizione dei viaggiatori. Un buon 50% sarà sempre composto da soldati riservisti. Ce ne sono tantissimi. E, nonostante il caldo umido, indossano sempre le divise verdi. E gli scarponi di pelle nera. I ragazzi, poi, vanno sempre in giro con questi fucili semi-automatici in spalla. O spesso in mano. Se non guardi con attenzione ti spaventi. Poi ti accorgi che il caricatore è attaccato con un adesivo all'altezza dell'impugnatura.
Sono giovani. Molti di loro sono giovanissimi. Così giovani che assomigliano ai bambini soldato africani. Giovani che non hanno nessuna voglia di stare lì. Odiano indossare quei vestiti. E preferirebbero andare al mare o girare il mondo. O, come l'età vuole, vorrebbero stare con i loro amici. Ecco perché non fanno altro che usare i cellulari. Li usano in continuazione. Per parlare. Più spesso per scrivere messaggi.
In una mano il fucile. Nell'altra il cellulare. In mezzo la vita in un paese sempre sul piede di guerra.
Tel Aviv è una grande città. Che si sforza di somigliare all'occidente. E invece non ce la fa a scrollarsi di dosso le sue origini. Il suo contesto. Così, appena lasciato il centro pieno di costruzioni nuove, palazzi stile bauhaus, grattacieli e negozi identici a quelli della 5th Avenue, ecco, appena lasciato il centro, inizia la vera Tel Aviv. Quella piena di casette basse e mal tenute, dei negozi fatiscenti e delle vie strette e sporche. Qua e là spunta qualche minareto. Qua e là negozi arabi. Che diventano sempre più man mano che dalla città ci si sposta verso Jaffa. Attaccata a Tel Aviv è abitata quasi tutta da musulmani.
Verso la sera, i muezzin invitano alla preghiera. Il richiamo si sente lungo tutta la costa di Tel Aviv. E uno ha la sensazione che da un momento all'altro i musulmani abbiano conquistato Israele. Senza spargimento di sangue, questa volta.
Cala il sole in città. L'ennesimo giorno caldo e afoso si conclude con gli abitanti che si riversano sui locali o passeggiano sul lungomare. Rispetto all'Italia diventa buio abbastanza presto. Rispetto all'Italia, poi, il cibo non è granché: piatti secchi con tanto hummus e pita. Così alla fine rimpiangi il brodo della nonna. Per non parlare della pasta col sugo.
(n.b. Pezzo scritto attraverso la tastiera di un telefonino)
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