venerdì, luglio 03, 2009
Il bivio del funzionario pubblico
Ma i funzionari del Comune, l’ausiliario del traffico, il capotreno, il comandante di una nave, il pilota d’aereo, il notaio, i membri del seggio elettorale, l’avvocato e il curatore fallimentare, loro sì che potranno, in qualsiasi istante, alzare la cornetta e dire le parola-chiave: «clandestino».
Persino gli assistenti sociali di un ente pubblico, figure – ponte tra le esigenze dell’individuo e le istituzioni, ecco, persino loro potranno denunciare chi è privo di un permesso di soggiorno. Col rischio che, se lo fanno, assolvono ad un dovere, ma vengono meno alla loro missione. Se, invece, non lo fanno, svolgono il loro ruolo, andando incontro a guai giudiziari.
Profilo / Sergio Marchionne
Ma è anche uno che, ogni volta che torna a Toronto, la città dov’è cresciuto, va a visitare due posti: la casa dove si trova la mamma. E la sezione locale dell’Associazione nazionale Carabinieri (di cui è stato segretario per dieci anni, fino al 1994).
Sarebbe un tipico esempio di «rientro dei cervelli». O, come piace a molti, un uomo dalle quattro vite: nato nel 1952, di infanzia abruzzese, adolescenza canadese, maturità svizzera e professionalizzazione torinese. La sua triplice cittadinanza (italiana, svizzera e canadese) lo testimonia. E tre sono anche le lauree: legge, business administration, filosofia.
Di carattere chiuso, introverso. Con un’ottima memoria. Da piccolo, Marchionne passava tante ore nella sezione dei Carabinieri, giocava a carte (spesso si arrabbiava) e chiamava il papà (Concezio) per cognome. Gli studi superiori se li è pagati facendo lo sportellista nella banca di un certo Carmine Dinino, attualmente senatore a vita. In Canada.
Pensa sempre in inglese, anche quando deve scrivere o parlare in italiano. Forse era destinato a finirci al Lingotto: la sua prima macchina – per i sedici anni – fu una Fiat 124 Spider. Dopo due giorni, l’aveva già distrutta in un incidente.
A differenza di tutti i manager, si distingue per tre cose: la «velocità con la quale cambia i vertici aziendali» (New York Times), l’abbigliamento e il marketing. Sono queste ultime due caratteristiche, però, a rendere il personaggio curioso.
L’abbigliamento. A vedere tutte le foto che lo ritraggono, si presenta quasi sempre con i suoi maglioni neri «con una rifinitura speciale di cui nessuno s’è ancora accorto» (si tratta della bandiera italiana). Anche se per molti il colore è blu e quelle rifiniture in realtà non ci sono. In certi ambienti è diventato famoso più per il suo modo di vestire che per quello che dice. Marchionne in stile Google: quando arrivò alla guida della Aluisuisse, fece borbottare gli svizzeri. L’abruzzese si vestiva in jeans e camicia, introdusse il tu, ridusse i livelli gerarchici, impose poche regole ed esaltò la fantasia professionale. Senza disdegnare il gusto del rischio. E gli incidenti automobilistici lo dimostrano. Così come le tante multe per le strade svizzere che, spesso, l’hanno costretto a viaggiare in Smart.
Il marketing. Ve la ricordate la pubblicità della Nuova 500? Quella che per un minuto faceva vedere un secolo di storia italiana attraverso i volti degli operai di Mirafiori, e Falcone, e Borsellino e le stragi mafiose? Ecco, quella pubblicità – che ha fatto vendere milioni di esemplari – è stata scritta e ideata «in un’ora e mezza» proprio da Sergio Marchionne. Un italo-canadese-svizzero che pensa in inglese, vive svizzero, lavora in italiano. E veste come tutti gli altri.
martedì, giugno 09, 2009
A volte ritornano

Quasi due mesi senza aggiornare il blog, scrivevo. Anche se non ho capito come sia possibile che ho più lettori quando non ci sono nuovi post. Mah, potere delle tag.
E comunque. Questa mattina sono stato preso per il culo da due miei colleghi. Motivo? Avevo detto: in Corea del Nord non ci sono praticamente macchine. Potere di Google Earth: ho passato una buona mezz'oretta a sorvolare questo Stato di cui nessuno sa niente. Se non per sentito dire. O per aver letto racconti di viaggi avventurosi.
Ecco. Su Google Earth ho visto la capitale. Ho visto le altre grandi città. Poche decine di macchine. E tanti piccoli puntini neri: esseri umani. Tutti a piedi. O a bordo di mezzi di trasporto pubblico. Oppure su biciclette made in China.
Strade deserte. Lunghi vialoni che si disperdono chissà dove. Chissà per quanto. Palazzi ordinati in mezzo a quartieri confusi. E una piramide.
Io sono affascinato dalle piramidi. Perchè rappresentano uno dei pochi elementi che resiste nel tempo. Nello spazio. Sfidando gli uomini. Le culture. E le ideologie. Le piramidi dell'antico Egitto. La piramide di Enver Hoxha in Albania. La piramide dell'Hotel Ryugyong nella capitale Pyongyang. Stessa figura. Stesso simbolo: il potere. Meglio: il super-potere.
Qualcuno, prima o poi, dovrà occuparsi delle piramidi (oltre a Kadarè). Qualcuno dovrà spiegare - magari anche a livello inconscio - cos'è che lega questa figura al nostro essere. Perchè gli uomini passano. I simboli pure. Ma la piramide resta là. Alta, imponente. Sopra a tutto e tutti. Come questa della Corea del Nord. Simbolo - mai forma è stata più azzeccata - di un Grande Fratello che tutto vede e a cui nulla sfugge. Perchè quella punta riesce a vedere fino all'orizzonte dell'area in cui si trova.
Non so cosa stia succendo in quel Paese. Sono molto curioso. Avrei così tante cose da chiedere ai nordcoreani: come fanno a vivere così? Cos'è per loro una città? E la politica? E la società? Hanno mai visto Lost? Sanno che c'è il Grande Fratello, il surrogato di tutti i regimi totalitari, il feticcio televisivo di quello che loro subiscono ogni giorno? Conoscono Barack Obama, l'uomo nero venuto al mondo non per spaventare, ma per salvare quanto resta di questa disastrata umanità? Hanno letto delle marachelle di Berlusconi? Hanno visto le foto dell'ex primi ministro ceco Topolanek col "pipino de fuera"? Ma soprattutto: sanno cos'è il futuro? O il regime ha rubato loro pure quello?
Tante domande, appunto. Anzi, troppe. Ci vorrebbero mesi. Se non anni. Per chiedere. Per guardare in faccia questi coreani identici ai cugini/fratelli del sud, ma molto più tagliati, molto più spigolosi. E per capire se intorno non c'è qualcuno che sembra un civile qualsiasi. Invece è uno degli infiniti pezzettini del regime.
Ecco, sono curioso. Forse troppo. Ma non riesco a capire come si possa vivere senza farsi domande. E senza cercare di capire cosa succede in questo mondo. Non solo per motivi professionali (ci mancherebbe).
A me quello che fa più paura sono le risate di scherno dei miei coetanei. Come se farsi domande fosse "out". Come se farsi domande fosse soltanto una perdita di tempo.
Mah.
venerdì, aprile 10, 2009
venerdì, febbraio 27, 2009
E' la stampa bellezza!
mercoledì, febbraio 25, 2009
Apre il Mi-sex. Tutti nudi contro la crisi
MILANO – «E cacciate fuori ‘ste zizze». Sembra di stare nel set di un film a luci rosse. Ci troviamo – invece – all’interno di uno dei luoghi più frequentati dai ragazzi di Milano: il Cafè Atlantique di viale Umbria. La conferenza stampa di presentazione del prossimo «Mi-sex» (dal 6 al 9 marzo), s’è trasformata in altro: uno show con tanti spogliarelli, attrici porno sempre nude e pronte a concedersi ai flash dei fotografi.
L’animatrice dell’incontro è Maurizia Paradiso, famosa pornostar italiana e madrina del prossimo «Mi-sex». Accoglie i giornalisti senza veli, con un candelabro in mano e una coscia di prosciutto (finta) a coprire la parti più intime. Intorno, il locale è tutto azzurro, con cinque maxischermi che proiettano le immagini delle passate edizioni della rassegna e una tavolata con stuzzichini da mangiare. In fondo alla sala più grande alcuni ragazzi scimmiottano i «Village People».
Dopo qualche minuto arrivano altre attrici. Nude anche loro. E scoppia l’inferno dei flash. Tra la selva di «Qui, per favore, il seno qui», c’è anche una delle giornaliste di «Tg Duro». Nel frattempo, i camerieri dell’Atlantique si aggirano coi vassoi in mano. «Non possiamo guardare – scherza un ragazzo –, perché il dovere chiama». «Mi aspettavo di meglio: le “ragazze” sono un po’ vecchiotte», dice, deluso, un altro.
Fuori c’è Laura Perego, l’attrice hard famosa per essere salita – nuda e tatuata – sul palco dell’ultima edizione di Sanremo. Scende dall’auto e si presenta come al teatro Ariston: con il corpo dipinto. La scena crea scompiglio. Gli automobilisti imbottigliati nel traffico si fermano a guardare. Qualcuno suona il clacson. Qualcun altro scuote la testa. Maurizia Paradiso, con indosso un sottile bikini, si piazza in mezzo alla strada. Poi si avvicina a una macchina dove una signora ha appena abbassato il finestrino. E si fa toccare il seno.
«Viviamo la crisi dei sentimenti – dice la Paradiso – e il “Mi-sex” serve a ricordarci questo». «La rassegna vuole far rivivere il sesso con meno morbosità e più ironia. Anche se siamo a Milano e non nella libera Spagna», spiega Massimo Bonera, direttore artistico del «Mi-sex», giornalista del settore da oltre diciotto anni e produttore di film. Alla domanda se sono vere le voci che raccontano di un cinema hard in crisi, Bonera dice: «Il mercato dei dvd è crollato. Ma non è vero che il settore è in crisi. Si guadagna di meno perché ci sono più canali di distribuzione dei film». C’è internet, ci sono i download illegali, è aumentato il numero dei locali, dei club e delle fiere.
«Noi 40enni – continua Bonera – siamo gli ultimi ad aver noleggiato i dvd nei sexy shop. I giovani oggi scaricano illegalmente i filmati oppure li vedono sui siti PornoTube, YouPorn. Quelli del ceto medio, invece, si abbonano ai siti web a contenuto erotico». Più sicuri e tengono alla larga dal rischio denuncia. Almeno nel mercato del cinema hard, quindi, non c’è aria di crisi. «Sarà il numero dei visitatori del “Mi-sex” a smentire le Cassandre», sfida Bonera.

